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Naraka (buddismo)

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Rappresentazione di un Naraka caldo

Naraka नरक (Sanscrito; Pāli: Niraya निरय; cinese 那落迦, variante grafica: 捺落迦, Nàlùojiā o 地獄 Dì Yù; coreano 地獄 Ji-ok, giapponese 地獄 Jigoku o 奈落 Naraku; birmano: nga-ye; tibetano: དམྱལ་བ་ dmyal ba; thailandese: นรก nárók; malese: neraka) è il nome attribuito nel buddismo ai mondi sotterranei in cui gli esseri senzienti sono condannati, dalle loro azioni volontarie negative precedenti, alla sofferenza.

Spesso tradotti, utilizzando una terminologia tratta da altre religioni, come "inferno buddista" o "purgatorio", i naraka si differenziano sotto vari aspetti: i condannati non sono giudicati da una entità esterna e superiore, e i naraka non sono eterni come l'inferno cristiano,[1][2] ma condizionati e la pena stessa è, per ferocia e durata, sempre limitata (per quanto temporalmente enorme) e commisurata all'azione compiuta.

Un essere nasce nel naraka come risultato diretto delle sue azioni accumulate (karma), vista come un principio di causa-effetto dall'inesorabilità quasi meccanica, e vi risiede per un periodo di tempo finito finché quel karma non ha raggiunto il suo pieno risultato.[3] Dopo che il suo karma è stato consumato, rinascerà in uno dei mondi superiori come risultato del karma che non era ancora maturato.

Nelle varie tradizioni buddiste fisicamente i naraka sono pensati come una serie di strati cavernosi che si estendono al di sotto del continente meridionale di Jambu-dvīpa (il mondo umano, comunemente identificato come l'India). Esistono varie categorizzazioni dei naraka, con differenze nella concezione del numero, dell'altezza, della larghezza, della lunghezza, della profondità e della distanza dei naraka a seconda delle fonti prese in essere, con alcune che elencano cinquecento o addirittura centinaia di migliaia di differenti naraka. La più comune è quella dell'Abhidharma-kosa ("Il Tesoro dell'Abhidharma"), che prevede invece otto naraka freddi e otto naraka caldi.

La festa buddista di Ullambana è rivolta al guadagnare meriti karmici che vengano poi trasferiti agli esseri senzienti prigionieri dei Naraka in modo da diminuire il loro tempo di sofferenza.

Dal punto di vista linguistico, i grammatici tradizionali e gli orientalisti scompongono ed analizzano l'etimologia del termine secondo due interpretazioni principali:

  • Infelicità dell'uomo: una scomposizione di natura filosofico-semantica unisce la radice nara (नर), che significa "uomo" o "essere umano", con il termine aka (अक), che indica "infelicità", "dolore" o "peccato".[4] In questo senso, il termine si traduce letteralmente come "l'infelicità dell'uomo" o "il luogo del dolore umano".
  • Condurre verso il basso: la scomposizione grammaticale classica fa risalire la parola alla radice verbale nṛ (नृ), il cui significato originario è "condurre" o "guidare", implicando il luogo sotterraneo verso cui gli esseri vengono "condotti" a causa delle loro azioni negative (karma).

Nel Canone Pāli del Buddismo delle origini, il termine corrispondente a Naraka è Niraya (निरय). Questa parola è composta dal prefisso ni- (andare giù / senza) e dal sostantivo aya (felicità / progresso), definendo letteralmente un "luogo privo di felicità".

Contesto storico e dottrinale

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Nelle religioni dharmiche (come l'Induismo, il Buddismo e il Giainismo), il concetto di Naraka si sviluppa storicamente in stretta connessione con la dottrina del karma (le azioni e le loro conseguenze)[5] e del Saṃsāra (il ciclo delle rinascite).

Dal punto di vista storiografico e filologico, tracciare una cronologia esatta della nascita e della prima evoluzione del concetto di naraka presenta notevoli difficoltà metodologiche. Gli insegnamenti e la cosmologia del Buddismo originario sono stati trasmessi esclusivamente in forma orale per circa quattro secoli, affidati alla memoria delle comunità di monaci recitatori (bhāṇaka). La prima fissazione scritta sistematica è avvenuta solo intorno al I secolo a.C. (circa nel 100 a.C.) a Ceylon, durante il regno di Vaṭṭagāmaṇī Abhaya, con la stesura dei manoscritti del Canone Pāli. Di conseguenza, è impossibile determinare il momento preciso in cui le descrizioni dei naraka sono entrate a far parte dei testi.

Nonostante questa barriera documentale, gli studiosi considerano l'inferno buddista una delle prime testimonianze strutturate di aldilà punitivo della storia delle religioni. Nel Kathāvatthu (un trattato dell'Abhidhamma Piṭaka), la cui composizione concettuale viene datata tra il III e il II secolo a.C., viene sviluppata, descritta e discussa una versione completa dei naraka e della natura dei loro supplizi, precedendo il concetto di inferno nelle culture mediterranee.

Nel buddismo Theravada

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Nel Buddismo Theravada il concetto di naraka (indicato prevalentemente nei testi in lingua pāli come Niraya) assume una fisionomia cosmologica estremamente precisa e codificata, descritta in dettaglio sia nei testi del Canone Pāli (in particolare nel Devadūta Sutta del Majjhima Nikāya) sia nella letteratura dei commentari successivi, come il Visuddhimagga di Buddhaghosa. A differenza delle tradizioni Mahāyāna, che spesso interpretano i regni del Saṃsāra in chiave psicologica o simbolica come manifestazioni proiettive della mente, la dottrina Theravada tende a considerare il Niraya come un luogo fisico e reale, in cui non esiste tuttavia alcuna figura divina che giudichi o condanni le anime: sono le personificazioni stesse delle colpe dell'individuo e la legge impersonale del karma a determinare la rinascita automatica dell'essere in questi regni di dolore.

Il Bālapaṇḍita Sutta paragona le conseguenze delle azioni di uno stolto (bāla) e di una persona saggia (paṇḍita). Qui, il Buddha fornisce descrizioni molto esplicite delle torture fisiche nei naraka, inclusa la punizione del Pañcavidhabandhana (la trafittura con cinque pali di ferro roventi).

Il Devadūta Sutta, la fonte più completa del Sutta Piṭaka sull'anatomia dei naraka, si concentra sul processo di interrogatorio condotto dal re Yama nei confronti degli esseri che, durante la loro vita, hanno ignorato i cinque "Messaggeri Divini" (un neonato, un anziano, un malato, un prigioniero e un cadavere), ovvero le realtà della nascita, della vecchiaia, della malattia, della punizione e della morte. Dopo l'interrogatorio, il sutta descrive dettagliatamente la condanna al Pañcavidhabandhana (la trafittura con cinque pali di ferro rovente) e le fasi di tortura all'interno del Mahāniraya ("Grande Inferno") e nelle aree immediatamente adiacenti.

Nel Kokāliya Sutta, il contenuto differisce leggermente perché il Buddha spiega la durata della vita nell'inferno usando nomi come Ababa, Ahaha, Kumuda, Sogandhika, Uppala, Puṇḍarīka e Paduma. Negli sviluppi successivi, soprattutto nella tradizione Mahāyāna, questi nomi di durate temporali sono spesso interpretati come gli "Inferni Freddi".

Il Nimi Jātaka contiene una descrizione che narra di re Nimi, invitato dalla divinità Mātali a vedere di persona vari tipi di torture infernali specifiche, calcolate in base al suo cattivo karma.

Classificazione

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La cosmologia Theravada colloca il Niraya all'interno del piano dell'esistenza sensoriale (Kāmadhātu), posizionandolo nel livello più basso dei quattro regni di privazione e sventura (Apāya). Secondo la tradizione dogmatica, esistono "otto inferni maggiori" (o Mahāniraya, grandi inferni), disposti verticalmente l'uno sotto l'altro sotto la crosta terrestre. Ciascuno di essi è caratterizzato da uno specifico tipo di tormento e da una durata della pena progressivamente maggiore:

  1. Sañjīva (सञ्जीव, "rinascita"): in questo inferno, i guardiani dell'inferno (nirayapāla) continuano a fare a pezzi gli esseri usando varie armi infuocate. Nonostante ciò, rimangono vivi (rinascendo all'istante) per subire ripetutamente la tortura finché gli effetti del loro cattivo karma non si esauriscono.[6]
  2. Kālasūtra (कालसूत्र, "corda nera"): guardiani dell'inferno stendono i corpi degli esseri sul terreno ardente, li segnano con una linea di misurazione (filo nero) e poi tagliano i corpi usando le asce in otto o sedici pezzi seguendo le linee tracciate.[6]
  3. Saṅghāta (संघात, "schiacciamento"): questo inferno è un luogo in cui gli esseri vengono schiacciati e ridotti in polvere tra due gigantesche montagne infuocate che si scontrano. Enormi rulli di ferro schiacciano gli esseri che sono piantati fino alla vita in lastre di ferro incandescenti spesse nove yojana (uno yojana corrisponde a 11 chilometri). Gli enormi rulli di ferro provengono da quattro direzioni e li schiacciano avanti e indietro.[6]
  4. Jālarorūva (जालरोरूव, "rete urlante"): conosciuto anche come Rorūva, in questo naraka gli esseri sono impigliati in reti di bronzo ardenti e torturati con fiamme che entrano attraverso le nove aperture del corpo, bruciando completamente le loro viscere.[6]
  5. Dhūmarorūva (धूमरोरूव, "fumo urlante"): conosciuto anche come Mahārorūva, questo naraka è pieno di un fumo acre e mortale che entra attraverso le nove aperture del corpo dei suoi abitanti, causando l'emissione di vapore dai loro corpi.[6]
  6. Tāpana (तापन, "calore"): naraka in cui gli esseri sono impalati su pali di ferro grandi come tronchi di palma. Il terreno, i pali e gli esseri che vi si trovano sono completamente in fiamme, soffrendo in uno stato di immobilità forzata.[6]
  7. Patāpana (प्रतापन, "grande calore"): conosciuto come Mahātapana, differenza del naraka precedente gli esseri sono costretti a salire continuamente su una montagna ardente e infuocata. Una volta raggiunta la cima, i venti creati dalla forza del kamma li spingono giù per impalarli su file di pali appuntiti sulla superficie del terreno.[6]
  8. Avīci (अवीचि, "senza interruzione"): il naraka con le torture più severe, in cui la sofferenza e la tortura sono infinite, senza alcuna pausa. Il fuoco infernale divampa ferocemente ovunque senza spazio tra le fiamme, con gli esseri al suo interno che sono stipati "come semi di senape in un tubo di bambù", non essendoci spazi vuoti nemmeno tra i peccatori.[6]

Gli inferni sussidiari (Ussada Niraya)

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Ogni grande inferno principale è circondato su ciascuno dei quattro lati da quattro inferni minori sussidiari (chiamati Ussada Niraya o Gūtha Niraya).[7] Nel Devadūta Sutta, il Buddha descrive una serie classica di questi reami minori, che i condannati incontrano in successione nel disperato tentativo di sfuggire ai tormenti principali:[8]

  • Gūtha Niraya (गूथनिरय): l'inferno della feccia, un'immensa distesa di melma e feci bollenti. Gli esseri vi affondano e vengono aggrediti da enormi creature vermiformi dalle fauci affilate come aghi (pāṇakā), che ne perforano la pelle per divorarne la carne fino al midollo. È la destinazione karmica di chi ha ingannato i genitori o insultato i religiosi.[7]
  • Kukkula Niraya (कुक्कुलनिरय): l'inferno della cenere ardente, che si presenta come una pianura accogliente ma è in realtà ricoperto da uno strato profondissimo di braci e ceneri di carbone fossile. I condannati vi bruciano vivi a ogni passo. Vi rinasce chi ha oppresso i deboli o abusato della fiducia pubblica.[7]
  • Simbalivana (सिम्बलीवन): la foresta degli alberi di kapok spinosi. Gli esseri sono costretti dai guardiani infernali ad arrampicarsi su e giù per tronchi alti chilometri, interamente ricoperti da spine di ferro rovente lunghe sedici pollici. Rappresenta la punizione specifica per l'adulterio e le condotte sessuali scorrette.[7]
  • Asipattavana (असिपत्तवन): la foresta delle foglie-spada. Le foglie di questi alberi sono lame affilate come rasoi che, mosse dal vento, cadono volteggiando e fanno a pezzi i condannati. Successivamente, cani infernali e corvi dalle zampe di ferro divorano i feriti. Vi rinasce chi ha causato gravi scismi e calunnie sociali.[7]
  • Khārodakā Nadī (खारोदका नदी): chiamato anche fiume Vaitaraṇī, è un corso d'acqua corrosiva, salata e bollente. Gli esseri vi galleggiano mentre la carne si scioglie, mentre i guardiani usano ami da pesca per trascinarli a riva e versare metallo fuso nelle loro bocche. È il destino di chi ha compiuto rapine o abusato del potere giudiziario.[7]

I dieci inferni a computo progressivo

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Oltre alla classificazione strutturale degli otto grandi inferni, il Sutta Piṭaka (in particolare nel Kokāliya Sutta del Sutta Nipāta) definisce una sequenza di dieci inferni le cui durate di vita sono espresse attraverso un calcolo matematico progressivo ed esponenziale. La durata non è misurata in anni terrestri, ma attraverso la metafora del "carro di semi di sesamo di Kosala": il tempo necessario a svuotare un enorme carro contenente venti bāha di semi, supponendo di rimuovere un singolo seme ogni cento anni,[9] equivale alla durata del primo inferno (Abbuda). Ciascun inferno successivo dura venti volte più a lungo del precedente.

I dieci inferni a progressione temporale sono:

  1. Abbuda (अब्बुद): il "naraka delle vesciche". Questo mondo è una buia pianura ghiacciata su cui spirano tormente di neve. Gli esseri nascono e vivono nudi e soli, coperti di vesciche da freddo.
  2. Nirabbuda (निरब्बुद): il "naraka delle vesciche scoppiate". Simile ma più freddo del precedente, le vesciche degli esseri scoppiano, lasciandoli coperti di sangue e pus congelato.[9]
  3. Abacka (अबब): il "naraka del lamento", in cui gli esseri emettono solo un suono indistinto e soffocato ("ab-ab-ab") quando il dolore diventa talmente lancinante da impedire loro di articolare parole o grida compiute.
  4. Ahaha (अहह): il "naraka del gemito". Gli esseri sono qui in grado solo di dire "ha" in gemito.[9]
  5. Atata (अटट): il "naraka del tremito". Gli esseri qui tremano dal freddo, perdono l'uso della parola e sono solo in grado di pronunciare il suono "aṭ-aṭ-aṭ".[9]
  6. Kumuda (कुमुद): il "naraka del loto bianco". Il freddo diventa così intenso che la pelle e la carne congelata degli esseri assumono un colore livido, biancastro e pallido.
  7. Sogandhika (सोगन्धिक): il "naraka del dolce profumo", in cui i corpi, ormai congelati in profondità e in decomposizione parziale, degli esseri assumono una colorazione blu scuro o violacea.
  8. Uppalaka (उप्पलक): il "naraka del loto blu". Il freddo dà alla pelle degli esseri il colore della utpala, la Nymphaea caerulea.[9]
  9. Puṇḍarīka (पुण्डरीक): il "naraka del grande loto bianco". La carne è fessurata dal freddo e ne esce sangue.[9]
  10. Paduma (पदुम): il "naraka del loto rosso", dove il gelo riduce il corpo in pezzi, e anche gli organi interni sono fessurati dal freddo.[9] Il tempo di pena in questo reame è descritto come straordinariamente lungo, superando persino la durata di vita di un universo, secondo calcoli antichi e moderni.[10]

Cause di rinascita nel Niraya

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Oltre a fornire descrizioni dei reami, i testi del Sutta Piṭaka definiscono in modo preciso anche i parametri delle azioni che causano la caduta degli esseri nel naraka. I testi canonici definiscono con estremo rigore i parametri morali e le condotte reiterate che generano la forza karmica necessaria a determinare la rinascita nel Niraya:

  • Le dieci azioni non salutari (Dasa Akusala Kamma): nel Sāleyyaka Sutta il Buddha elenca le dieci condotte che portano ai mondi inferiori, suddivise in azioni del corpo (uccidere, rubare, condotte sessuali scorrette), della parola (mentire, calunniare, insultare, perdersi in chiacchiere frivole) e della mente (bramosia, malevolenza e la falsa visione o micchā diṭṭhi).
  • Le cinque azioni a retribuzione immediata (Pañcānantariya-kamma): codificate nel Parikuppa Sutta, rappresentano i cinque crimini più gravi in assoluto. Chi commette anche una sola di queste azioni è destinato, subito dopo la morte, alla rinascita automatica nel livello più profondo e doloroso del naraka (Avīci), senza che nessun altro karma positivo possa fare da scudo. Esse sono: l'uccisione della madre, l'uccisione del padre, l'uccisione di un Arhat, il ferimento intenzionale di un Buddha e la creazione di uno scisma all'interno del Sangha (la comunità monastica).[5]
  • La violazione cronica dei Cinque Precetti: l'Apāyasaṁvattanika Sutta specifica un parametro fondamentale: a condannare un essere non è un singolo errore isolato, ma l'azione commessa «ripetutamente, frequentemente e coltivata con abitudine». Il testo analizza come l'abitudine sistematica alla violazione dei precetti (incluso l'uso cronico di sostanze intossicanti) consumi il karma positivo e trascini la coscienza verso il basso.

Nel buddismo Mahayana

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Nel Buddismo Mahāyāna, uno degli schemi più comuni per la descrizione dei naraka è quello degli "Otto Grandi Naraka Caldi" e degli "Otto Grandi Naraka Freddi", descritti in testi chiave come l'Abhidharmakośa di Vasubandhu. Al confine di questi vi sono altri inferni isolati, chiamati Pratyeka Naraka (Pali: Pacceka-niraya) e Lokantarikas.

Rispetto al buddismo Theravada, l'interpretazione filosofica espressa dal buddismo Mahāyāna, in particolare dalla corrente Yogācāra (o Cittamātra), da ai naraka il significato di stati mentali offuscati dall'odio e dalla rabbia piuttosto che di luoghi fisici. Nel trattato Viṃśatikā ("Venti versi"), Vasubandhu spiega che perfino i guardiani infernali e gli strumenti di tortura non sono esseri reali dotati di coscienza, ma manifestazioni oggettivate del karma negativo del condannato stesso. La sofferenza sperimentata è psicologicamente reale, ma il palcoscenico infernale è intrinsecamente vuoto di esistenza autonoma.

Il Bodhisattva Kṣitigarbha

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Un ulteriore elemento distintivo del Mahāyāna è la centralità della figura di Kṣitigarbha (noto in Giappone come Jizō e in Cina come Dìzàng). Questo Bodhisattva ha fatto il voto solenne di non accedere al Nirvāṇa finché tutti i Naraka non saranno completamente svuotati, scendendo personalmente nei reami più oscuri per salvare e dare conforto agli esseri imprigionati, introducendo una forte componente di compassione e redenzione assente nelle descrizioni strettamente retributive del Canone Pāli.

Gli otto inferni caldi

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Nella letteratura Abhidharma e nei trattati del Buddismo Mahāyāna, gli "Otto Inferni Caldi" (Uṣṇanaraka, उष्णारक) non sono classificati soltanto in base all'intensità del dolore e alla durata temporale, ma vengono strutturati secondo una rigida gerarchia morale ed etica. Ciascun livello corrisponde alla violazione sistematica delle dieci azioni non salutari (Dasa Akusala Kamma) o a crimini progressivamente più gravi contro il Dharma:

  1. Sañjīva: il "naraka dei riviventi", designato per coloro che commettono atti di violenza e omicidio con il chiaro intento di uccidere altri esseri viventi. Su una superficie di ferro scaldato da un immenso fuoco, gli esseri vivono nella miseria e nella paura, che li spinge ad attaccarsi l'un l'altro con mazze e artigli di ferro. Una volta uccisi rinascono già adulti e ricominciano. Altri tipi di torture di questo Naraka includono: l'avere il corpo bruciato da metallo fuso, essere tagliati a pezzi e soffrire il calore del terreno di ferro.[9] Si dice che questo Naraka stia 1000 yojana sotto Jambu-dvīpa e sia ampio 10.000 yojana.[11]
  2. Kālasūtra: il "naraka della corda nera", designato per chi, oltre alla violenza, si è macchiato di furto, rapina, appropriazione indebita o truffa. Come il precedente, ma gli esseri hanno linee nere disegnate sul corpo, che i servi di Yama usano come guida per tagliarli e segarli vivi con asce e seghe incandescenti.[9] Una seconda versione di questo inferno lo descrive come un luogo in cui i servi di Yama costringono gli esseri a trasportare pesanti fasci di ferro camminando su corde nere tese attraverso le montagne, finché non cadono nei calderoni sottostanti.[12] Questo naraka comprende luoghi come l'inferno di Chandala per coloro che rubano ai malati o prendono oggetti che non sono degni di usare, i quali vengono sventrati da giganteschi uccelli. Altre punizioni includono l'essere costretti a inghiottire rame fuso e l'essere trafitti da lance.[13]
  3. Saṃghāta: il "naraka cozzante", reame destinato a chi ha compiuto gravi peccati legati alla lussuria e alla bramosia incontrollata (come l'adulterio, lo stupro o l'abuso). Gli esseri sono circondati da enormi massi che schiacciano chi si trova in mezzo, riducendoli in una gelatina sanguinolenta. Quando le rocce si allontanano, gli esseri ritornano in vita e il processo ricomincia.[9]
  4. Raurava : il "naraka dei gementi", destinato a chi assume e usa impropriamente sostanze inebrianti in combinazione con atti di omicidio, furto e indulgenza sessuale. Gli esseri corrono sul terreno caldo fino a che non trovano delle grotte per rifugio. Una volta entrati si trovano bloccati e colpiti da enormi fiamme, per il dolore delle quali gemono.[9] Altre descrizioni di questo inferno includono demoni che spalancano la bocca degli esseri con delle tenaglie per versarvi rame fuso che distrugge i loro organi.[14]
  5. Mahāraurava: il "naraka degli urlanti", destinato ai bugiardi in concomitanza con le trasgressioni delineate nei precedenti naraka. Animali detti kravyāda mangiano gli esseri vivi a pezzi.[9] In inferni sussidiari coloro che hanno commesso spergiuro o corruzione sono tormentati dalla nascita di serpenti all'interno dei loro corpi, con ogni menzogna che genera ancora più serpenti. Questo è il primo naraka in cui lo stato psicologico ha una maggiore importanza rispetto alla condizione fisica in relazione al misfatto.[15]
  6. Tapāna: il "naraka del calore", destinato a coloro che hanno diffuso attivamente eresie e false visioni spirituali, negando la legge del karma, promuovendo il nichilismo morale o inducendo gli altri a compiere il male. I servi di Yama impalano gli esseri con una lancia infuocata fino a quando le fiamme non escono dal naso e dalla bocca.[9]
  7. Pratāpana: il "naraka dell'immenso calore", destinato alla tortura di coloro che hanno profanato sessualmente la religione. Come il precedente, ma l'impalamento avviene per mezzo di un tridente.[9] Si dice che la durata della pena in questo naraka è tale che possa durare anche per quasi un mezzo antarakalpa.
  8. Avīci: il "naraka senza interruzioni", luogo di pena per chi compie una delle cinque azioni a retribuzione immediata. Gli esseri sono arrostiti vivi in un enorme forno per un tempo tale che si dice possa durare anche per un intero antarakalpa. Le sofferenze in questo inferno sono descritte come mille volte più dolorose di quelle incontrate negli inferni precedenti, facendo apparire i loro abitanti felici come i deva più beati.

Gli otto inferni freddi

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La cosmologia del Buddismo Mahāyāna organizza in modo speculare agli otto inferni caldi anche "Otto Inferni Freddi" (Śītanaraka, शीतनरक).[16]

Dal punto di vista storiografico e filologico, questi reami non costituiscono una struttura dottrinale inedita: essi presentano una stretta similitudine e una derivazione diretta dai dieci inferni a computo progressivo menzionati nel più antico Kokāliya Sutta del Canone Pāli (e parimenti recepiti nel Sutra del Nirvana Mahāyāna).[17] I nomi sanscriti e la natura stessa dei tormenti coincidono quasi interamente con la sequenza delle origini, ma vengono ridistribuiti all'interno di una classificazione fissa a otto livelli.

I primi due reami, Arbuda (अर्बुद; "Inferno delle vesciche") e Nirarbuda (निरर्बुद; "Inferno delle vesciche scoppiate"), fanno riferimento alla formazione e alla successiva rottura di piaghe causate dal gelo. I reami intermedi di Aṭaṭa (अटट), Hahava (हहव) e Huhuva (हुहुव), sono invece classificati in base alle onomatopee dei lamenti dei condannati, i quali, a causa della rigidità mascellare provocata dalle basse temperature, possono emettere solo gemiti o suoni interdentali.[18] Gli ultimi tre livelli utilizzano una simbologia botanica derivata dalle metafore del Canone antico, legandosi ai reami di Utpala (उत्पल; loto blu), Padma (पद्म; loto rosso) e Mahāpadma (महापद्म; grande loto rosso), che utilizzano i nomi di diverse varietà di loto come analogia visiva: il freddo altera la pigmentazione corporea rendendola livida, per poi provocare piaghe progressivamente più profonde nei tessuti che ricordano la forma dei petali dei rispettivi fiori.[19]

Il Naraka nelle altre tradizioni religiose

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Il concetto di naraka trova una precisa codificazione non solo nel Buddismo, ma anche nell'Induismo e nel Giainismo, con diramazioni linguistiche che arrivano fino all'Islam del Sud-est asiatico.

Nell'Induismo

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Nella cosmologia induista, descritta dettagliatamente nei Purāṇa (in particolare nel Garuda Purana e nel Bhagavata Purana), il Naraka (chiamato anche Yamaloka) è situato nella regione meridionale dell'universo, al di sotto dei quattordici mondi (loka)[20].

A differenza della visione impersonale del Buddismo, il Naraka induista è un vero e proprio sistema giudiziario teocentrico amministrato da Yama, il dio della morte e della giustizia. Al momento del decesso, l'assistente di Yama, Chitragupta, legge il registro in cui sono annotate minuziosamente tutte le azioni consce e inconsce del defunto. In base al verdetto, l'anima viene scortata dai servitori divini (Yamaduta) in uno dei 28 inferni maggiori (o gironi di tortura), ciascuno programmato per punire un peccato specifico. Al termine del periodo di purificazione e contrappasso, l'anima esaurisce il karma negativo e viene reintrodotta nel ciclo del Saṃsāra per reincarnarsi.

Il concetto di Naraka non è tuttavia limitato alla sola letteratura puranica, ma attraversa diverse scuole di pensiero e filoni della letteratura indiana:

Nel Vedanta, la speculazione filosofica ed esegetica (ripresa anche nei commentari di Adi Shankara ai Vedanta Sutra) interpreta il naraka non solo come un luogo fisico, ma come uno stato di profonda sofferenza spirituale derivante dal legame con ciò che è Asat (falso/irreale). Esso viene direttamente associato alle menzogne, all'ignoranza metafisica e alle trasgressioni sistematiche contro le verità morali e i doveri etici del Dharma.[21] All'interno della tradizione della poesia d'arte e della letteratura classica indiana (Kavya), il naraka viene costantemente evocato come il reame e il destino ultimo in cui l'essere è condannato a scendere come conseguenza inevitabile di azioni peccaminose, inganni e condotte immorali.[21]

Il demone Naraka nel Vaishnavismo

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All'interno del Vaishnavismo, il termine Naraka (meglio noto come Narakasura) identifica un potente e feroce Asura nato dall'unione tra Bhūmi (la Madre Terra) e l'incarnazione di Vishnu in forma di cinghiale (Varāha).

Nonostante le sue origini divine, l'Asura sviluppò una natura tirannica, arrivando a depredare i tre mondi e a imprigionare 16.000 donne nel suo harem. Secondo i testi sacri del Harivamsha e del Vishnu Purana, le sue feroci battaglie e la sua oppressione dei Deva ebbero termine solo grazie all'intervento dell'Avatara Kṛṣṇa, accompagnato dalla moglie Satyabhama, incarnazione della stessa Bhumi: Krishna assaltò la fortezza del demone e uccise Naraka nella città di Nirmocana, liberando le prigioniere e restaurando l'ordine cosmico.[22]

Nel Giainismo

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Nel Giainismo, la struttura del naraka è inserita all'interno di una complessa e geometrica cosmologia che rifiuta l'esistenza di un dio creatore o giudicante. Gli inferi giainisti si sviluppano nell'Adho Loka (il mondo inferiore dell'universo), che ha la forma geometrica di un tronco di cono rovesciato.

I naraka giainisti sono suddivisi orizzontalmente in sette livelli o terre stratificate, caratterizzate da una sofferenza progressivamente più intensa e da una durata della vita che può estendersi per milioni di anni celesti (sāgaropama):

  1. Ratna prabha (lucentezza di gemma);
  2. Sharkara prabha (lucentezza di zucchero/ghiaia);
  3. Valuka prabha (lucentezza di sabbia);
  4. Panka prabha (lucentezza di fango);
  5. Dhuma prabha (lucentezza di fumo);
  6. Tama prabha (lucentezza di oscurità);
  7. Mahatama prabha (lucentezza di totale oscurità).

La particolarità della dottrina giainista risiede nel fatto che gli esseri infernali (i Nārakī) non vengono torturati da guardiani esterni, ma si aggrediscono e si mutilano violentemente a vicenda, spinti da un odio congenito istigato dall'ambiente ostile, dalle temperature estreme e dal terreno cosparso di lame.

Influenza linguistica nell'Islam malese e indonesiano

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Con la progressiva islamizzazione dell'arcipelago malese e dell'Indonesia a partire dal XIII secolo, i missionari musulmani e i traduttori locali decisero di non importare la parola araba "Jahannam" per spiegare il concetto teologico di "Inferno", scegliendo, al suo posto, di adattare foneticamente la parola sanscrita "Naraka", trasformandola nei termini moderni "Neraka" (in lingua indonesiana e malese) e "Norok" (in lingua khmer in Cambogia) e segnando in tal modo l'adozione del termine al di fuori delle religioni dharmiche. Di conseguenza, nell'Sud-est asiatico contemporaneo, milioni di musulmani e cristiani utilizzano quotidianamente una parola di origine sanscrita e induista per riferirsi all'inferno monoteista abramitico.

L'esposizione dei diciotto inferni nel tempio Madou Daitian

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Il concetto dei diciotto inferni della mitologia cinese e buddista trova una delle sue rappresentazioni plastiche e iconografiche più celebri della cultura di massa contemporanea presso il Tempio Madou Daitian (in cinese: 麻豆代天府), un imponente complesso taoista situato nel distretto di Madou, nella città di Tainan a Taiwan.

Costruita nel 1979 con un investimento iniziale di circa 100 milioni di nuovi dollari taiwanesi, l'installazione è configurata come un "parco a tema religioso" sotterraneo progettato a scopo didattico e deterrente, volto a illustrare visivamente la legge karmica del Di Yu (il corrispettivo sinizzato del Naraka) e le conseguenze delle azioni malvagie.[23]

Struttura e percorso espositivo

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L'esposizione si sviluppa interamente nel sottosuolo del tempio, all'interno delle fondamenta e del ventre di una gigantesca scultura a forma di dragone lunga 76 metri e alta 7 metri.[23] L'accesso avviene scendendo una scalinata presieduta da tre demoni guardiani, le cui pareti ospitano murales ed affreschi volti a enfatizzare il confine morale tra il bene e il male. Prima dell'accesso ai singoli gironi, il percorso attraversa la rappresentazione delle dieci corti infernali presiedute dai rispettivi Re del reame sotterraneo (tra cui Re Yama), i quali esaminano i registri karmici dei defunti.[23] Il cuore della struttura è composto da un percorso che si snoda attraverso diciotto reami di tortura, in linea con le riforme morali e retributive della tradizione Mahāyāna e del folklore taiwanese, ognuno deo quali mostra il contrappasso applicato a un preciso reato terreno.[23] Le aree sono automatizzate tramite complessi sistemi animatronici risalenti agli anni '80,[24] con sensori di movimento che, al passaggio dei visitatori, attivano i manichini motorizzati, accompagnati da effetti sonori, urla registrate e luci stroboscopiche, ricreando i supplizi tradizionali.

  1. Báshé dìyù (拔舌地獄, lett. "Inferno dello strappo della lingua"): i demoni strappano la lingua a coloro che in vita hanno diffuso calunnie, menzogne, pettegolezzi e dicerie distruttive.
  2. Jiǎndāo dìyù (剪刀地獄, lett. "Inferno delle forbici"): destinato a chi ha indotto le donne sposate a rompere i voti nuziali o ha orchestrato matrimoni forzati e ingannevoli. I corrotti che abusano del potere politico subiscono qui la decapitazione.
  3. Tiěshù dìyù (鐵樹地獄, lett. "Inferno degli alberi di ferro"): i corpi vengono trafitti da alberi muniti di rami taglienti; è riservato a coloro che hanno causato scismi e discordie insanabili all'interno delle famiglie.
  4. Nièjìng dìyù (孽鏡地獄, lett. "Inferno dello specchio karmico"): coloro che hanno nascosto i propri crimini terreni sono costretti a guardare uno specchio fatato che riflette la vera natura delle loro colpe.
  5. Zhēnglóng dìyù (蒸籠地獄, lett. "Inferno della vaporiera"): i peccatori vengono rinchiusi in grandi vaporiere di bambù; vi rinasce chi ha praticato l'usura, la frode continuata e il bullismo sistematico contro gli indifesi.
  6. Tóngzhù dìyù (銅柱地獄, lett. "'Inferno dei pilastri di rame"): i condannati vengono legati a colonne di metallo arroventato; è la punizione per i piromani e per chi ha distrutto proprietà altrui per vendetta.
  7. Dāoshān dìyù (刀山地獄, lett. "Inferno della montagna di coltelli"): gli esseri vengono gettati su lame affilate; è destinato a chi ha praticato la crudeltà e l'uccisione immotivata degli animali.
  8. Bīngshān dìyù (冰山地獄, lett. "Inferno della montagna di ghiaccio"): chi ha accumulato ricchezze in modo illecito ed egoistico a danno della sicurezza pubblica viene esposto al gelo e assalito da rettili e belve.
  9. Yóuguō dìyù (油鍋地獄, lett. "Inferno del calderone d'olio"): vi vengono immersi i rapinatori, gli stupratori, i ladri d'identità e gli istigatori all'omicidio.
  10. Niúkēng dìyù (牛坑地獄, lett. "Inferno della fossa dei buoi"): gli esseri vengono calpestati e incornati da mandrie; punisce coloro che in vita hanno maltrattato i bovini da lavoro e gli animali agricoli.
  11. Shíyā dìyù (石壓地獄, lett. "Inferno della pressa di pietra"): ladri, rapitori e truffatori finanziari vengono inseriti all'interno di una mola di pietra che li riduce in poltiglia.
  12. Chōngjiù dìyù (舂臼地獄, lett. "Inferno del mortaio"): banditi, assassini e criminali stradali vengono torturati e fatti a pezzi all'interno di grandi mortai infernali.
  13. Xuèchí dìyù (血池地獄, lett. "Inferno dello stagno di sangue"): i condannati vengono stritolati sotto pesanti rocce semoventi di fronte a un grande dipinto murale che ritrae lo spettrale stagno ematico dello Xuechi; vi finiscono coloro che hanno violato la pietà filiale, insultando o disobbedendo gravemente ai propri genitori.
  14. Wǎngsǐ dìyù (枉死地獄, lett. "Inferno della morte ingiusta"): trafficanti di esseri umani, stupratori e adùlteri subiscono lo scorticamento del volto con lame di metallo in una sezione isolata per le anime che si sono tolte la vita o sono morte prematuramente.
  15. Zhékíng dìyù (磔刑地獄, lett. "Inferno della crocifissione"): i demoni squarciano il ventre a falsari, ciarlatani e a coloro che hanno spinto intenzionalmente il prossimo al suicidio.
  16. Huǒshān dìyù (火山地獄, lett. "Inferno della montagna di fuoco"): scommettitori compulsivi, corruttori e spacciatori di merci contraffatte o droghe vengono bruciati vivi su letti di lava.
  17. Shímó dìyù (石磨地獄, lett. "Inferno della macina di pietra"): funzionari pubblici corrotti e abusatori di potere vengono torturati e macinati su dischi di pietra.
  18. Sāojù dìyù (刀鋸地獄, lett. "Inferno della sega a coltello"): l'ultimo girone di tortura del percorso, dove i demoni tagliano longitudinalmente con seghe motorizzate coloro che si sono macchiati di tradimento, frode e scisma sociale[23].

Superato l'ultimo girone di tortura, il corridoio sotterraneo si trasforma nel Ponte Naihe (奈何橋, *nàihé qiáo*; lett. "Ponte dell'impossibilità" o "Ponte del vicolo cieco"), la struttura di transizione che sovrasta i fiumi infernali.[23] Presso la sponda del ponte, le anime incontrano la divinità Meng Po, che offre loro il "brodo dell'oblio" per cancellare definitivamente tutti i ricordi della vita passata. I visitatori attraversano fisicamente la passerella e risalgono in superficie uscendo direttamente dalle fauci spalancate della gigantesca scultura del dragone, un gesto che simboleggia l'espiazione totale del karma negativo e il ritorno dell'essere nel Saṃsāra.[25]

Nella cultura di massa

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Il concetto di naraka e la sua complessa iconografia infernale hanno esercitato una profonda influenza sulla cultura pop globale, in particolare attraverso i media dell'Asia orientale (manga, anime e videogiochi) e nella reinterpretazione della narrativa fantasy occidentale.

Manga, anime e letteratura

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  • In Dragon Ball, l'Aldilà presenta una struttura fortemente ispirata alla cosmologia buddista e taoista. L'Inferno (Jigoku) è governato da Re Enma (ispirato sia al dio Yama che al suo assistente della religione induista, Chitragupta), il quale siede al tavolo del giudizio consultando i registri karmici delle anime prima di destinarle alla punizione o alla beatificazione.
  • In Naruto, le "Sei Vie di Pain" sono ispirate ai sei mondi della Ruota dell'esistenza, di cui fa parte anche il naraka. Una di esse è per l'appunto il "Mondo Naraka" (地獄道?, Jigokudō), capace di evocare il Re degli Inferi (ispirato al dio Yama) sia per decretare la veridicità delle affermazioni degli avversari, strappando loro la forza vitale, che per rigenerare le altre Vie cadute in battaglia.
  • Altre opere come Bleach o Inuyasha presentano reami popolati da guardiani infernali e demoni che richiamano l'estetica dei naraka.
  • Hōzuki no Reitetsu è una serie satirica interamente ambientata nei diciotto inferni del Buddismo Mahāyāna, in cui viene mostrata la complessa gestione burocratica e organizzativa dei vari gironi (come l'inferno delle foglie-spada o quello dei calderoni), descritti con un rigido ma umoristico rispetto delle fonti mitologiche classiche.
  • In Dota 2 e Smite la figura di Wukong e le divinità del pantheon indù e cinese fanno continuo riferimento ai reami del naraka. In particolare, in Smite, il dio Yama è presente come personaggio giocabile, con abilità legate al giudizio delle anime e ai tormenti dei naraka caldi.
  • In Asura's Wrath, fortemente ispirato alla mitologia buddista e induista, il reame di Naraka è rappresentato come un limbo metafisico di sofferenza e rigenerazione energetica.
  • Il franchise Megami Tensei include nei propri titoli demoni, divinità e creature provenienti direttamente dagli inferni buddisti e induisti, tra cui il Re Yama, i guardiani dalla testa di bue e di cavallo, e le personificazioni dei tormenti degli Uṣṇanaraka.

Cinema e televisione

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  • Il film horror del 2023 Siksa Neraka (lett. "La tortura dell'inferno"), diretto dal regista indonesiano Anggy Umbara, nonché adattamento dell'omonimo fumetto di M.B. Rahimsyah, rappresenta una moderna interpretazione del concetto di naraka mostrando le punizioni inflitte alle anime di quattro fratelli che, dopo la morte, si risvegliano nel Neraka, rappresentato come un unico grande regno infernale dominato da fuoco e magma e non come una successione di reami distinti come nella cosmologia tradizionale.

Nell'album Inferno dei Boards of Canada, uscito nel 2026, la settima traccia si intitola Naraka e sul finale si ascolta un canto Hare Krishna.

  1. ↑ Jens Braarvig, The Buddhist Hell: An Early Instance of the Idea, in Numen, 56, fascicolo 2/3, Brill, 2009, p. 257.
    «I primi traduttori del Canone buddista sembrano aver preferito usare il termine purgatorio invece di inferno per Naraka perché, a differenza dell'immaginario cristiano dell'inferno, non è eterno.»
  2. ↑ Antonio Fabris (a cura di), Tra quattro paradisi. Esperienze, ideologie e riti relativi alla morte tra Oriente e Occidente, collana Hilâl: studi turchi e ottomani, Venezia, Edizioni Ca' Foscari, 2013, ISBN 978-88-97735-10-6.
  3. ↑ Jens Braarvig, The Buddhist Hell: An Early Instance of the Idea, in Numen, 56, fascicolo 2/3, Brill, 2009, pp. 254–281.
  4. ↑ Arthur Anthony Macdonell, A Practical Sanskrit Dictionary with Transliteration, Accentuation, and Etymological Analysis Throughout, Londra, Oxford University Press, 1929, p. 136.
  5. 1 2 Jens Braarvig, The Buddhist Hell: An Early Instance of the Idea, in Numen, 56, fascicolo 2/3, Brill, 2009, p. 260.
    «L'autore descrive come il matricidio, il patricidio, l'uccisione di un Arhat, il ferire un Buddha intenzionalmente, la creazione di scismi nella sangha conducano tutti all'inferno.»
  6. 1 2 3 4 5 6 7 8 Bhikkhu Punnadhammo, The Buddhist Cosmos: A Comprehensive Survey of the Early Buddhist Worldview (PDF), Arrow River Hermitage, 2018, p. 220.
  7. 1 2 3 4 5 6 Bhikkhu Punnadhammo, The Buddhist Cosmos: A Comprehensive Survey of the Early Buddhist Worldview (PDF), Arrow River Hermitage, 2018, pp. 215-216.
  8. ↑ Bhikkhu Ñāṇamoli, The Middle Length Discourses of the Buddha: A Translation of the Majjhima Nikāya, Boston, Wisdom Publications, 1995, pp. 1033–1035, ISBN 978-0861710720.
  9. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 Jane Alexander, The Body, Mind, Spirit Miscellany: The Ultimate Collection of Fascinations, Facts, Truths, and Insights, Londra, Duncan Baird Publishers, 2009, pp. 150–151, ISBN 978-1844838370.
  10. ↑ Bhikkhu Punnadhammo, The Buddhist Cosmos: A Comprehensive Survey of the Early Buddhist Worldview (PDF), Arrow River Hermitage, 2018, p. 221.
  11. ↑ Diane Morgan, Essential Buddhism: A Comprehensive Guide to Belief and Practice, Santa Barbara, California, Praeger, 2010, p. 73, ISBN 978-0313384523.
  12. ↑ Daigan Matsunaga e Alicia Matsunaga, The Buddhist Concept of Hell, New York, Philosophical Library, 1971, p. 85.
    «La seconda versione è descritta nel Sutra del Ricordo della Vera Legge»
  13. ↑ Daigan Matsunaga e Alicia Matsunaga, The Buddhist Concept of Hell, New York, Philosophical Library, 1971, p. 86.
  14. ↑ Robert F. Rhodes, Genshin’s Vision of the Buddhist Hells as found in the Ojoyoshu, in The Eastern Buddhist, 32, fascicolo 1, 2000, pp. 36–37.
  15. ↑ Daigan Matsunaga e Alicia Matsunaga, The Buddhist Concept of Hell, New York, Philosophical Library, 1971, p. 92-93.
  16. ↑ Vasubandhu, Abhidharmakośabhāṣyam, a cura di Louis de La Vallée-Poussin, vol. 2, Parigi, Paul Geuthner, 1923, pp. 153–155.
  17. ↑ Gli otto inferni freddi, su La Biblioteca di Nichiren, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. URL consultato il 21 maggio 2026.
  18. ↑ Nāgārjuna, Le Traité de la Grande Vertu de Sagesse (Māhaprajñāpāramitāśāstra), a cura di Étienne Lamotte, vol. 1, Lovanio, Institut Orientaliste, 1949, p. 806.
  19. ↑ Étienne Lamotte, The eight cold hells, su Wisdom Library. URL consultato il 21 maggio 2026.
  20. ↑ Ludo Rocher, The Puranas, Wiesbaden, Otto Harrassowitz, 1986, pp. 120–123.
  21. 1 2 (EN) Naraka (Hell): Significance and symbolism, su Wisdom Library.
  22. ↑ (EN) Demon Naraka: Significance and symbolism, su Wisdom Library.
  23. 1 2 3 4 5 6 'Zombie fever' creeps into 18 Levels of Hell in southern Taiwan, in Taiwan News, 28 giugno 2022.
  24. ↑ (EN) Madou Daitian Temple in Tainan City, su Atlas Obscura. URL consultato il 21 maggio 2026.
  25. ↑ (EN) Madou Daitian Temple in Taiwan recreates hell on earth, su The World of Interiors, 30 ottobre 2025.

Voci correlate

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